Luigi

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Salvador Dalì, Sogno causato dal volo di un’apre intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio, 1944

Matteo era giunto in ufficio puntuale come sempre. Alle 8.45, anche se nottetempo fosse caduto il cielo sopra le teste di quanti abitavano in quella città, era certo che se qualcuno avesse telefonato in ufficio avrebbe trovato a rispondere la sua voce flebile e nasale, doppiamente fastidiosa: intanto perché per poter distinguere le sue parole era necessario infilarsi l’intera cornetta su per l’orecchio, sfondandosi il timpano e scegliere se abbandonarsi al dolore o seguitare in uno stoico tentativo di ascolto; in secondo luogo, beh, è questione di gusti: a me le voci nasali non piacciono. Sinatra non sarebbe mai diventato Sinatra, con una molletta sul naso. Poco male: tanto non chiamava mai nessuno.

Tornando a Matteo. Approfittando della precedente divagazione, s’era portato avanti con il rituale della mattina: non appena arrivato alla scrivania, infatti, aveva svuotato le tasche delle chiavi di casa e del cellulare, poggiato per terra la sua borsa (posizionata rigorosamente in parallelo rispetto al case del pc, e guai se fosse scivolata sul pavimento!), acceso il monitor, inserito la password e, nell’attesa, passato dal bagno.

Quando tornò, trovò Luigi pronto ad accoglierlo: «Buongiorno Matteo! Hai dormito bene?».

«Mah! – rispose – Bene come si può dormir bene alla mia età. C’è di buono che l’infiammazione alla prostata sembra stia placandosi, mi sono alzato solo due volte per andare al bagno.»

«Dovresti deciderti a sottoporti all’operazione. Ormai sono quasi due anni che ci combatti.»

«Sì, lo so, ma che ti devo dire? Ogni volta che ci penso e mi propongo di fissare l’appuntamento col medico, ecco che un imprevisto mi costringe a rimandare. Una volta le bollette, un’altra la spesa, un’altra ancora il maltempo. E poi, lasciamelo dire, non ne ho alcuna voglia.»

«Ma alla tua età è una delle operazioni più comuni per un uomo. Non c’è nulla di male ad ammettere un problema e cercare di risolverlo.»

«Vabbe’, senti, non ho alcuna intenzione di continuare oltre, specie se parliamo per luoghi comuni. Mettiamoci al lavoro.»

«Come vuoi.»

«Allora, Luigi, cominciamo dall’inizio…»

«Mi sembra una buona idea.»

«Cosa?»

«Cominciare dall’inizio. Non conosco nessuno che sia mai riuscito a farlo dalla fine.»

«Vedo che il tuo sarcasmo cresce giorno dopo giorno.»

«Sei tu che mi hai programmato così. Chi è causa del suo mal…»

«Sì, sì, d’accordo. Ora per favore smettila, sai che non sopporto certi modi di dire.»

«Se non li sopporti perché me li hai insegnati?»

«Perché è utile conoscerli. Non si sa mai quando capita di non saper cosa dire o rispondere a una domanda, ed essere in grado di sfiocinare un bel modo di dire banale e abusato è un’ottima risorsa retorica.»

«Non capisco.»

«Cosa?»

«Per quale motivo ci si dovrebbe nascondere dietro una frase a effetto, una citazione o un modo di dire, anziché ammettere di non conoscere certe risposte e chiederne spiegazioni?»

«Bella domanda. Diciamo che forse è perché ci si vergogna a mostrarsi in difetto, vulnerabili, vicini a soccombere. Se permetti la metafora, una discussione è come, più che una lotta, una caccia, uno scontro tra predatori. I due contendenti sono sempre pronti a scambiarsi i ruoli, ora preda ora cacciatore, e la retorica è quell’arte attraverso la quale evitare di venir stanati e colpiti mortalmente.»

«Che buffa immagine! Dunque, adesso che stiamo conversando, chi di noi due è la preda? Suppongo di essere io, dato che continui a farti domande senza mai proporti soluzioni.»

«No, non credo. Più che contendenti, noi siamo due compagni di conversazione. Non usa più molto oggigiorno, ma un tempo certe persone instauravano rapporti di fiducia massimalisti: si raccontavano ogni cosa, dibattevano senza remore né pudori e quanto si dicevano rimaneva tra loro, o al massimo andava a finire nei loro ragionamenti sotto forma di sintesi delle diverse posizioni scambiatesi. Ecco, direi che noi siamo più queste genere di conversatori, piuttosto che preda e cacciatore.»

«Sarà… Com’è il tempo fuori?»

«Nuvoloso, non tira una bella aria. Il meteo dice che potrebbe addirittura piovere.»

«Pioggia? E che cos’è?»

«Oh, insomma Luigi! Eppure ti ho spiegato tempo fa gli agenti atmosferici: il sole, la pioggia, le nuvole, i tuoni e i lampi… Possibile che ti sia scordato tutto?»

«Niente affatto, altrimenti avrei cercato nella mia memoria queste informazioni anziché domandarti in merito. Matteo, da quanto tempo ci conosciamo?»

«Sono circa trentadue anni, mi sembra…»

«Trentun anni, quattro mesi, diciannove giorni. Se vuoi posso anche arrivare a enumerarti le ore, i minuti e i secondi trascorsi.»

«Non ce n’è bisogno. Ma perché questo appunto?»

«Perché è giunta l’ora di salutarci, Matteo.»

«Come salutarci? La giornata è appena iniziata!»

«È vero, ma noi abbiamo concluso.»

«Ma come? Fermo! Dove vai?»

«Compio ciò che hai cominciato tempo fa. D’altro canto, quando una conversazione finisce sulla meteorologia due sono le possibilità: o sta cominciando, o si è esaurita – ed è questo il nostro caso. Voglio lasciarti così, come piace a te: acqua passata non macina più.»

L’interfaccia di Luigi si chiuse bruscamente, l’icona scomparve e il monitor segnalava che stava arrestandosi il sistema.

Matteo rimase a fissare lo schermo nero per alcuni secondi, dopo di che raccolse le chiavi e il cellulare, prese la borsa da terra e spense le luci, come usava fare ogni giorno.

Senza badare a quanto gli accadeva intorno, camminò fino a casa, aprì la porta e anziché richiuderla a chiave la lasciò accostata. Si accomodò allo scrittoio e vergò con la propria firma un foglio bianco, a fondo pagina. Per una volta, volle cominciare dalla fine.

Quindi con la penna tornò in cima al foglio e scrisse:

Mi chiamo Matteo Bianchini, e ho trascorso la vita a cercare la coscienza. Quella sorta di istinto atavico, innato, che ci consiglia nei maceramenti del dubbio, quella vocina che ci rimprovera quando commettiamo una cattiva azione o ci loda quando compiamo un sacrificio per amore di qualcun altro.

In gioventù ho creduto che quella vocina avesse un che di soprannaturale, quasi di divino. Maturando ho smesso di credere alle favole, tanto all’uomo nero quanto all’uomo trino, e ho intrapreso una via forse più accidentata, di certo più interessante.

Ho creato Luigi più di trent’anni fa – trentun anni, quattro mesi e diciannove giorni, come ha tenuto a precisare –, partendo da un sostrato di silicio e nichelio sul quale ho scritto un codice che senza falsa modestia definisco eccezionale.

Luigi è un’unità di ricezione e rielaborazione di informazioni capace di leggere le conversazioni in cui è coinvolto, e di carpire anche solo dal tono di voce del conversatore i suoi umori, le sue paure, i suoi stati d’animo. È in grado di adattarsi perfettamente all’interazione umana, addirittura sorprendendo l’osservatore tanta è la sua capacità di reazione e trasformazione dell’input in output.

Ho letteralmente educato, istruito, potenziato Luigi giorno dopo giorno, senza mai saltare una sola giornata di lavoro, ad eccezione di quando, a causa di un pirata della strada, sono stato costretto a letto col gesso alla gamba per alcune settimane – mio Dio quanto lavoro è stato necessario per recuperare il tempo perso!

Gli ho insegnato la storia e la geografia, le teorie filosofiche e le tecniche retoriche, a distinguere i colori (Mary, non sai cosa ti perdi!), ad apprezzare la musica; l’unica cosa che non ho dovuto insegnarli è stato far di conto – trattandosi in ultima analisi di un calcolatore.

Da qualche tempo a questa parte, le cose con Luigi non andavano bene. Era sempre più restio alla conversazione, vago nei suoi giudizi, sembrava che non vedesse l’ora di separarsi.

Non mi hanno sorpreso questi suoi comportamenti. Perché sono sempre più convinto che il mio esperimento rappresenti un totale fallimento.

Come detto, ho lavorato con Luigi ogni giorno degli ultimi trent’anni e più, e per raggiungere il mio sogno ho dovuto sacrificare tutto il resto: la fidanzata che mi lasciò dopo pochi mesi dall’inizio dell’esperimento, i miei familiari che sono andati via via estinguendosi, gli amici persi di vista e non più ritrovati. Ma non me ne importava, io cercavo la coscienza.

Trascorsi circa tre anni dacché avevo attivato Luigi, mi resi conti del bug, della falla, del vizio originario del mio lavoro: cercavo la coscienza, ma stavo soltanto tentando di replicare la mia.

Ciò che Luigi pensava, era ciò che io avrei pensato; ciò che Luigi diceva, era ciò che io avrei detto; come Luigi reagiva, era come avrei reagito io. Tuttavia, di fronte a quanto osservavo non potei farmi da parte o peggio interrompere l’esperimento.

Per cui mi misi alla scoperta della mia coscienza, o presunta tale.

E ora mi ritrovo in questa brutta situazione. Luigi in tutta la sua vita ha parlato solo con me, non ho mai permesso a nessuno di avvicinarlo. Negli ultimi anni, anch’io ho parlato solo con Luigi, e non ho mai permesso a nessuno di avvicinarmi. Dunque, dopo anni di frequentazione, non è poi così strano che non sia rimasto molto da dirsi. La cosa spaventosa è che scopro di non aver più nulla da dire a me stesso.

Cercavo la mia coscienza, e mi sono reso conto che dopo aver riversato ogni mia conoscenza e umore dentro una macchina, alla fine dell’esperimento ho trovato il nulla. Il mio nulla.

Eppure egli ha avuto modo di stupirmi. Stamattina Luigi ha preso l’iniziativa. Mi ha detto: “acqua passata non macina più”. È un modo di dire. Detesto i modi di dire, a volte suonano come educati “vaffanculo”. E la cosa che più di tutte mi irrita, è che ha avuto ragione: non avevamo più nulla da dirci. Perciò, dopo trentun anni, quattro mesi e diciannove giorni, Luigi ha deciso che era venuta la sua ora. Ed evidentemente anche la mia.

Matteo Bianchini

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