Scatole e gatti

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Édouard Manet, Rendez-vous des chats, 1868

Un micio molto ben curato, un persiano di razza, trattato con tutti gli onori dovuti all’eleganza dei suoi movimenti e all’aristocraticità del suo pedigree, un bel giorno si trovò davanti a una situazione paradossale.

I suoi padroni gli avevano regalato una di quelle bellissime strutture con vari graffiatoi, mensole su cui appollaiarsi, topini di gomma da stuzzicare con le zampe e uccelletti di plastica da far roteare intorno all’albero maestro della costruzione per inseguirli in un gioco senza fine.

Il gatto, tuttavia, di fronte a tutti quei balocchi non parse minimamente interessato, così uno dei padroni esclamò: «Allora, Talete, cosa c’è che non ti convince? Non ti vedo così entusiasta per questo bel regalo che ti abbiamo fatto, pensavo ti sarebbe piaciuto. Eppure abbiamo speso un sacco di soldi, un minimo di riconoscenza!».

Talete arruffò il suo bel pelo bianco e nero, arricciò i baffi e fissò con aria indispettita il suo padrone.

Non aveva mai potuto soffrire quel nome, Talete. Siccome quelli avevano studiato filosofia, e poiché la sua razza era originaria dell’Asia Minore, gli avevano imposto quel nome così sciocco da farlo vergognare come un ladro, tanto che quando usciva per le sue quotidiane passeggiatine serali nel giardinetto del condominio si sfilava il collarino con la targhetta – non si sa mai avesse incontrato qualche gatto istruito in grado di leggerla.

Ad aggravare la situazione, se già di primo acchito non gli piacque il suono di quel nome peggio ancora lo fece stare il racconto del pensiero di quel filosofo.

Quando venne battezzato, era stato altresì catechizzato circa il pensiero di questo Talete di Mileto, un tale che considerava l’acqua il principio di tutte le cose.

L’acqua! Proprio l’acqua, il nemico giurato di ogni gatto che si rispetti!

Questo grande filosofo, scienziato, naturalista ante litteram – come lo avevano definito nel corso del racconto, facendolo ulteriormente innervosire, poiché non conosceva il latino e pensò volessero burlarsi di lui –, sosteneva che poiché il nutrimento di tutte le cose è umido, il caldo è umido, i semi sono umidi, allora l’acqua doveva essere alla base di ogni cosa presente al mondo.

E se non fosse l’acqua, bensì l’umidità il principio di tutte le cose? – avrebbe voluto rispondere.

Se ogni cosa è umida, anche l’acqua è umida, per cui non l’acqua bensì l’umidità veniva prima. Ma che ne sanno questi due – finì per dirsi –, la lezione gliel’hanno insegnato così e ormai chi li schioda più da questo ritornello?

Persino l’esperienza gli confermò questa sua prima, banale riflessione.

Una volta i suoi padroni stavano ascoltando il notiziario, dove intervistavano un tale (che pare fosse uno di quelli che comandano in questo Paese) che dichiarava che gli esseri umani sono composti per il novanta per cento di acqua.

Davanti alle risate dei suoi padroni, che credette giustificate dal fatto che non avevano mai visto un loro simile evaporare sotto il sole d’agosto, ebbe la certezza che non fosse l’acqua il principio di tutte le cose: quel tizio, evidentemente, aveva il cervello in umido.

Talete continuava a fissare i suoi padroni con aria di sfida. Non sarebbe mai salito su quel trabiccolo, potevano starne certi.

Tuttavia, c’era qualcosa che lo incuriosiva di quella costruzione. Oltre allo scatolone che ne conteneva i pezzi – che s’era già prodigato di dilaniare mentre loro assemblavano il suo regalo – lo attirava in maniera irresistibile il cubo che fungeva da base. Avrebbe dato via i suoi croccantini preferiti, quelli al salmone affumicato, pur di potervi entrare.

Ruppe gli indugi e prese a gironzolarvi intorno senza degnare d’uno sguardo i topini di gomma e gli uccelletti di plastica che penzolavano dalla sommità del gioco – che stupido cliché! Come se tutti i gatti odiassero topi e uccelli.

Non trovò alcuno spiraglio per entrarvi, così prese a grattare la base nella speranza che si aprisse un varco o quantomeno una crepa per potervisi infilare, anche se a fatica.

Dopo un po’ notò che i suoi padroni erano ancora lì, intenti a fissarlo mentre lui cercava di risolvere l’enigma di quella scatola misteriosa senza porte né finestre – ma non avevano di meglio da fare?!?

Giacché stavano lì a fargli la posta, decise di sfruttare la situazione e miagolò con fare piano ma deciso – che almeno lo servissero a dovere.

«A me mi sembri matto», commentò la sua padrona, «ma tu guarda se uno spende una montagna di soldi per comprargli un giocattolo nuovo e quello è interessato allo scatolone prima e alla base di supporto poi.»

«Eh, ma i gatti sono così», rispose il padrone, il grande intenditore!, «sono storti di natura: tu li accarezzi e loro ti graffiano.»

Perché non prendete un cane allora? – domandò tra sé Talete.

«Comunque sia», riprese lui, «vediamo che fa se alzo la base.»

Il padrone tirò su leggermente la base della struttura e, non appena lo spazio fu sufficiente, Talete vi si infilò con rapidità, tirandosi dietro la folta coda pelosa.

Il padrone chiuse l’ingresso e Talete fu grato di quella solitudine. Ora più nessuno poteva rompergli le scatole.

«Ehi, ehi!», presero a chiamarlo da fuori, «Talete! Ma che fai? Vuoi startene rinchiuso lì tutto il giorno?»

Talete non degnò di alcuna risposta quella voce ovattata che nonostante le spesse pareti di gommapiuma con anima di cartone riusciva a disturbare la sua solitudine.

«Talete! Talete! Insomma, ci sei?»

«O mio Dio, caro», intervenne la padrona, «e se fosse svenuto?»

«Svenuto? Un gatto in perfetta salute entrato in una scatola e dopo un secondo per te è svenuto?»

«Ma non risponde…»

«Non risponde perché è stronzo, come tutti i gatti. Te l’avevo detto che era meglio un cane!»

«Smettila di dire così, non le voglio nemmeno sentire queste cose!»

«E perché mai? Che hanno di tanto sbagliato i cani? Sono fedeli, ubbidienti, riconoscenti. Non come questo disastro della natura. Ti ricordi che abbiamo comprato questo trabiccolo per fargli smettere di distruggere il divano? Se penso a quello che dovrò spendere per ripararlo…»

«Dai, su», rispose lei senza cedere alle provocazioni, «alza di nuovo la base, così può uscire.»

Non appena il primo spiraglio di luce colpì le pupille di Talete, questi si affrettò ad arpionare con le unghie le dita del padrone, che ritirò la mano accompagnando il gesto con un’imprecazione.

Se vuoi tanto un cane, vattelo a comprare – commentò il micio.

«Ma tu guarda che… Hai visto? Non è svenuto, è proprio stronzo!»

«Sì, ma dovrà pur uscire di lì prima o poi. Dai, tiriamolo fuori e poi andiamo a cena», fece lei.

«Eh no! Assolutamente no! Vuole stare laggiù? Che ci stia! Noi andiamo a cenare e sarà lui a chiamarci per farsi liberare, se proprio vuole.»

Così dicendo si accomodarono a tavola e si gustarono la cena.

Lavati i piatti, il tremendo pensiero ritornò alla mente della sua padrona: «Caro, per favore, controlli che Talete stia bene?».

«Assolutamente no. Te l’ho detto: quando avrà voglia di essere liberato, chiamerà lui.»

«Ma io ho di nuovo paura che sia svenuto. O peggio…»

«Guarda un po’!», esclamò il padrone mentre si avvicinava a Talete per alzare la base e liberarlo, «Pensavamo di avere in casa un gatto filosofo, e ci ritroviamo tra i piedi un gatto fisico, quello di Schrödinger!»

Stavolta, non appena venne investito dalla luce, Talete svicolò con rapidità fulminea e andò ad appollaiarsi sull’ultimo ripiano della libreria per godersi la scena.

Quando il padrone si rese conto della pozzanghera di urina che Talete aveva pazientemente prodotto durante quell’ora di oscurità, il gatto arricciò nuovamente i baffi come a farsi beffe dei suoi padroni, che ora non soltanto avrebbero dovuto pulire tutto, ma in più avrebbero dovuto cedere di fronte alle sue irrefragabili posizioni filosofiche.

Stavolta aveva ragione lui, non c’erano cristi. L’acqua evapora, e il piscio anche. Ciò che rimane è sempre l’umidità.

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