Fanculo la mimosa

Ordinò una piadina con crudo e squacquerone, quindi andò a sedersi al suo solito posto, l’unico del locale che affacciasse su un lembo di parete completamente bianco.

Era un giorno come tanti altri, ad essere precisi come ogni lunedì. O mercoledì. O venerdì.

Letizia era una donna abitudinaria e metodica, e anche per la pausa pranzo era riuscita a delineare una propria particolarissima routine: i giorni dispari della settimana pranzava in piadineria, il martedì saltava il pasto e il giovedì rimaneva in ufficio a mangiare un’insalata di riso o di farro preparata in fretta e furia il mercoledì sera un attimo prima di mettersi a letto, memore del patimento dovuto al digiuno del secondo giorno della settimana.

Benché possa non apparire così scontato, questa routine era una grande novità soltanto di recente introdotta nella sua ordinata e lineare esistenza. Fino a pochi mesi prima, infatti, l’insalata di riso o di farro la preparava la domenica pomeriggio, e ne dosava abbastanza per arrivare precisamente al pranzo del venerdì, non un chicco di più né uno di meno. Certe volte, quando era in vena di follie, aggiungeva al pastone dei crostini al peperoncino, ma già al mercoledì non riusciva proprio a sopportare quel casuale scrocchiare dei bocconi raccattati col cucchiaio di plastica (rigorosamente di plastica, così da non dover perdere tempo a lavar la posata); insomma, non le andava giù quell’alzata d’ingegno della domenica precedente, e allora giovedì e venerdì digiunava – con minor sofferenza però, come se un recondito senso di giustizia le facesse meglio tollerar la privazione.

Ma non importava, non era mai importato come e con cosa si nutrisse a pranzo. L’importante era portare a termine il lavoro. Perciò quella novità della piadina fu così importante: non tanto per la variazione sul menù, quanto per l’abbandono dell’ufficio.

Letizia, è bene tenerne conto, era una donna ligia al dovere sino al midollo, dedita al lavoro e con un alto senso di responsabilità; quando le veniva assegnato un compito tutto il resto passava in secondo piano, soprattutto la fame, istinto ormai sopito. Esattamente come aveva sopito molti altri istinti, altrimenti non avrebbe mai potuto vivere la sua sfolgorante carriera.

Era entrata anni addietro in uno studio legale come praticante, si era fatta notare per impegno e competenza e dunque – una volta conseguita l’abilitazione da avvocato – venne assunta. Nel giro di pochi anni era diventata la punta di diamante dello studio, nessuna causa era persa o impossibile da perorare se affidata a lei.

Letizia era un avvocato penalista coi fiocchi. Di più, era una giurista coi fiocchi; basti pensare che la sera, dopo massacranti giornate di lavoro, tornava a casa e si buttava nuovamente sui libri e sui codici per preparare il concorso da magistrato – che vinse – pur sapendo che non avrebbe mai intrapreso quel percorso per via della necessaria imparzialità che comportava. Volle tentare, sì, desiderosa di mettersi alla prova, ma a lei piaceva stare al fianco della persone, confortarle e confrontarsi con loro per ottenere giustizia, staresuper partesnon faceva per lei. Specie se si trattava di diritti delle donne.

Quella che considerava la sua più importante vittoria, difatti, era il ribaltamento di una sentenza troppo mite per essere vera per un gruppo di giovani che ad una festa aveva abusato di due ragazze. Il giudice aveva deliberato, più che una vera e propria condanna, una sorta di buffetto sulle guance con la promessa che non l’avrebbero rifatto più, perché «data la gran quantità di alcool presente nel corpo delle “vittime”, riscontrato nel corso delle audizioni, ove le medesime hanno candidamente ammesso d’aver bevuto più di un bicchiere, non è possibile, al di là di ogni ragionevole dubbio, escludere il fatto ch’esse fossero consenzienti alla consumazione del rapporto sessuale». Niente stupro di gruppo, al massimo un eccesso di passione, qualche settimana di carcere solo sulla carta – poiché si trattava del primo reato –, quindi liberi tutti, ci si vede alla prossima!

Letizia, che era a stento riuscita a non dar in escandescenze tanta la fallocratica protervia trasudante dal verdetto, presentò ricorso, e in quella sede espose un arzigogolo più filosofico che giuridico: «Signor Presidente, la sentenza contro la quale ho presentato ricorso si fonda sulla straordinaria capacità del GUP di riuscire a cogliere non solo le intenzioni, ma altresì le più sottili sfumature della psiche delle mie assistite: motivo per il quale anzitutto vorrei complimentarmi con l’intero sistema giuridico per esser riuscito a scovar cotanto talento.

Secondariamente, vorrei entrare nel merito delle motivazioni riportate in sentenza e domandare: com’è riuscito il GUP, sulla base dell’assunzione di alcool delle mie assistite, ad arguire il loro essere consenzienti? Quale il nesso causale e il parametro discernitore – cose che evidentemente sfuggono al mio intelletto – tra un cocktail e un’orgia o tra quello e una violenza di gruppo? Quale il percorso, psicologico prima ancora che fisico, che dal bicchiere conduce al fallo?

Agli atti risulta che i sei accusati hanno (sottolineo, “hanno”, non “avrebbero”) letteralmente accerchiato le mie assistite e offerto loro da bere con particolare insistenza. Risulta negli atti poiché gli accusati stessi hanno testimoniato in tal senso, controfirmardo le loro dichiarazioni. E hanno offerto loro un bicchierino, e poi un altro, e un altro, e ancora, ancora, ancora, finché intorno alle ore 4 del mattino – sempre come riportato dalle audizioni di uno degli accusati – uno di loro avrebbe allungato le mani intorno al collo di una delle mie assistite attirandola a sé contro la sua volontà, quindi gli altri lo avrebbero imitato prendendo ad oggetto l’altra mia assistita, per poi trascinare entrambe in una camera appartata e dar vita – stando al GUP, dalle cui conclusioni cito – ad un “probabilmente consenziente rapporto sessuale di gruppo”.

L’intera impalcatura del dispositivo di condanna del Giudice per l’Udienza Preliminare sembra poggiare sul fatto che le mie assistite avrebbero bevuto – poco importa se di propria iniziativa o in regime di coartazione. E allora, signor Presidente, giacché la legge è un organismo vivo, che muta e si adatta alla società che è chiamata a normare, e giacché in un certo senso siamo noi, in queste sedi e in questi ruoli, a “fare” la legge con le nostre osservazioni e decisioni, colgo l’occasione per fare giurisprudenza e proporre un emendamento alla normativa vigente. Più precisamente, propongo che all’articolo 609bis del Codice penale vengo aggiunto, in conclusione: “Qualora la presunta vittima avesse ingerito alcool, il fatto non rappresenta un reato poi tanto grave”.

Contestualmente propongo una campagna di sensibilizzazione: stampare delle t-shirt da distribuire gratuitamente all’ingresso delle discoteche, delle feste e di ogni altro luogo o evento che preveda la presenza di alcolici, con su scritto: “Ho bevuto, fatti avanti, ci sto!”».

Riportare l’intera trascrizione dell’arringa porterebbe via tempo e spazio; basti sapere che il giudice ribaltò la sentenza del GUP e quei mascalzoni ebbero ciò che spettava loro. «Magra consolazione», concluse tuttavia Letizia, «ormai quelle ragazze sono segnate a vita.»

Nonostante questo e tanti altri successi, oltre la stima di cui godeva nell’ambiente forense, Letizia non era ancora riuscita a diventare socia dello studio presso cui lavorava, era ancora «solo una dipendente», come lamentava alla madre quando si trovavano a parlarne. La punta di diamante dello studio, certo, purtuttavia «solo una dipendente».

«Ma tesoro, hai vinto il concorso da magistrato, perché non lasci lo studio e cambi vita?», suggerivano i genitori di tanto in tanto. No, Letizia il giudice non lo voleva fare, lei prendeva parte, lo aveva sempre fatto, forse non aveva la stoffa – o le “palle”, come malignamente sussurravano tra loro i colleghi – per quel ruolo.

Così era rimasta allo studio, decisa a giocarsi le sue carte e dimostrare sul campo, ancora una volta, di che pasta era fatta.

Un giorno come tanti, un lunedì ad esser precisi, un collega col quale aveva cominciato il praticantato presso lo studio e al quale dunque era molto legata, bussò alla sua porta e la interruppe nel corso di una telefonata agitando una bottiglia e due calici.

«Che cosa festeggiamo?» bisbigliò Letizia coprendo la cornetta mentre all’altro capo del filo continuavano a parlare.

«Un nuovo ingresso in società» rispose lui ammiccante.

Letizia, in preda all’eccitazione, abbozzò un pretesto per chiudere la comunicazione, l’adrenalina aveva pervaso ogni sua fibra, fu quasi scortese nel rimandare ad altro momento le questioni che stava affrontando con l’interlocutore.

«Che vuoi dire?» domandò d’un fiato.

«Che finalmente i vecchi si sono decisi ad allargare il tavolo. Era anche ora che forze fresche e al passo coi tempi dessero nuove linfa allo studio.»

Letizia balzò in piedi per la felicità. Anni di studio, di lavoro, di sacrifici e vessazioni finalmente trovavano senso nel riconoscimento che aveva sempre sognato. Però…

Però il collega fu lesto a cogliere l’equivoco, e altrettanto a chiarirlo: «Letizia, scusa, forse mi hai frainteso. Sono io il nuovo socio. Che cosa avevi capito?».

Niente. Letizia non aveva capito niente. Era solo contenta per lui. Avevano cominciato insieme, per cui quel successo un po’ lo sentiva anche suo, ecco, nient’altro, complimenti, congratulazioni, se c’era qualcuno che meritava il posto…

Esaurite le false felicitazioni corse a chiedere spiegazione a chi di dovere: lei aveva vinto molte più cause del collega; lei aveva lavorato molte ore in più; lei aveva apportato allo studio un prestigio e una fama che il collega in cento anni di lavoro non sarebbe mai riuscito nemmeno a pareggiare; lei era molto più brava di lui, lo sapevano tutti, lo riconoscevano tutti. Perché, allora? Perché?

«Perché, dottoressa, questa è la decisione che ha preso il Consiglio dei soci. E la invito a non ripetere nuovamente scenate come questa: io sono una persona comprensiva e capisco la sua frustrazione, ma non è tollerabile – né per lo studio né per la professione – il verificarsi di situazioni di questo tipo.»

«Mi scusi, dottore, non si ripeterà, ma ho bisogno di sapere perché…»

«Prima mi dica lei: è pronta per l’incontro di oggi pomeriggio con l’azienda citata in giudizio per la class actionsulla disparità salariale di genere? Come sa hanno chiesto espressamente di un donna, in particolare di lei, per essere rappresentati. Ballano parecchi milioni di euro, nulla può essere lasciato al caso.»

«Sì, certo, ho tutta la documentazione pronta. Dottore, devo sapere: perché?»

«Come le ho detto: perché il Consiglio dei soci – dei soci, capisce? – ha deciso così.»

Letizia tacque per alcuni secondi, poi, insofferente al serafico sguardo del suo superiore, rispose: «Sì, credo di sì».

«Bene, allora a più tardi. Ah, un momento.»

«Che c’è?»

«Quasi dimenticavo, ho preso un mazzo di mimose per donarne una a ogni donna dell’ufficio. Ecco, prenda, buona festa della donna.»

Letizia allungò un braccio teso dal primo all’ultimo muscolo, il pugno serrato che resisté alla tentazione di sferrare un destro s’aprì giusto il tempo necessario ad afferrare quel fiore che sapeva tanto di beffa.

Lasciò l’ufficio e si diresse in piadineria, dove ordinò una piadina con crudo e squacquerone, quindi andò a sedersi al suo solito posto, l’unico del locale che affacciasse su un lembo di parete completamente bianco.

Le piaceva quel posto, soprattutto quel bianco, lo trovava rilassante. Nessuno stimolo, nessun pensiero, solo qualche minuto di pace prima di tornare sul campo di battaglia. E ora che quella battaglia sembrava non poterla vincere, che fare?

Le risuonavano in testa le parole del superiore: «dei soci, capisce?». Soci. Maschile plurale.

Aveva deciso. Ora sapeva che fare.

Si fece incartare la piadina e tornò in ufficio, dove sedette alla scrivania, buttò giù due righe con le sue dimissioni, le firmò e prima di lasciare per sempre l’ufficio per entrare in Magistratura abbandonò quella paginetta datata e firmata sul tavolo della sala riunioni dove il suo capo e i rappresentanti dell’azienda cliente la trovarono insieme al fiore che le era stato donato, accompagnato da un bigliettino con su scritto a mano «Fanculo la mimosa».

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