Liberi e felici

«Oggi sono felice perché ho ricevuto una buona notizia.»

«Quale?»

«Il prossimo mese io e tutti i miei colleghi riceveremo un premio di produzione, un benefit, dato che negli ultimi sei mesi abbiamo generato profitti maggiori di quanti i capi s’attendessero.»

«Me cojoni.»

«Puoi dirlo forte!»

Girolamo si soffermò tra sé sullo scarso sense of humour dell’amico, ma riuscì ugualmente, pur limitandosi a prestar ascolto a quanto sottolineato dai mutamenti del tono di voce, a seguire la mitica narrazione degli eventi che avevano condotto a quella gratifica. Sarà stato anche esaltante come lo raccontava l’amico, ma non li parve sufficiente a dichiararsi “felice”.

D’altro canto, in quel periodo non era certo la prima volta che gli toccava sorbirsi discorsi del genere. Il giorno prima, ad esempio, intrattenendosi col vicino di casa, questi aveva detto: «Oggi sono felice perché la mia squadra del cuore ha vinto il campionato!». Girolamo non amava lo sport, non gli era mai interessato, tuttavia tentò di calarsi nei panni del vicino e comprendere l’entusiasmo per un evento che poco o nulla – anzi, nulla, quel “poco” era di troppo – avrebbe cambiato il corso della storia.

La settimana precedente, invece, aveva incontrato per strada un vecchio compagno di scuola che aveva tenuto a illustrargli come e quanto fosse speciale diventare padre… del quarto figlio: «Sì, d’accordo, ci sono già passato, ma sono eccitato come fosse il primo!».

Un giorno invece – ricordava – un collega gli porse un caffè in ufficio. Lo ringraziò e questi gli fece: «Figurati. Il fatto è che oggi sono felice perché ho deciso di esserlo: basta con i cattivi pensieri, le preoccupazioni, i risentimenti. Ho deciso di essere felice e godermi la vita».

Stavolta, però – di ritorno a casa con le orecchie arrossate e le tempie indolenzite a causa delle felicitazioni dell’amico e di quello stramaledetto benefit aziendale –, Girolamo prese a rimuginarvi su.

“Oggi sono felice perché… possibile che bastino così poche parole per provocarmi tanto fastidio? Possibile mai che io debba soffrire tanto a causa di tutte queste persone intorno a me che non sanno far altro che esibire la loro gioia? Perché lo fanno? E perché lo detesto tanto?”

In gioventù più volte s’era ritrovato a tu per tu con se stesso chiedendosi cosa mai lo urtasse nello smagliante sorriso della compagna di scuola con la quale percorreva il tragitto fino a casa, abitando nel palazzo di fianco al suo; perché gli formicolassero le mani quando il cuginetto che aiutava con i compiti rideva di gusto dopo aver sbagliato per l’ennesima volta la tabellina del tre; da dove provenisse quel disgusto che lo conduceva al bagno per vomitare prima di andare a letto una volta l’anno, quando nonne, nonni, zie, zii, cugine, cugini, vicini di casa e ogni altra anima creata convergeva verso di lui per festeggiare il suo compleanno.

Attraversando la pubertà, trovò modo e maniera di distrarsi da sé con le esperienze del periodo: i primi amori, la scoperta del mondo, sperimentare l’indipendenza e le prime cocenti delusioni in amore e in amicizia. Ogni tanto il demone tornava a far capolino tra i suoi pensieri, ma presto conobbe il fumo e la birra, preziosi complici per tacitar dubbi e soffocare ogni lamento dell’inconscio.

Raggiunta la maturità, il livore che gli scorreva in corpo parve essersi assopito; se ne rese conto quando si accorse di aver imparato a non apostrofare più come sciocco chiunque nei paraggi accennasse una risata (benché il noto proverbio legittimasse il suo sdegno), o a trattenersi dall’aggredire, verbalmente s’intende, quanti si ostinavano a sorridere, fare spallucce e ripetere che non fa nulla, conta la salute, non ci sono più le mezze stagioni, chi nasce tondo non può morire quadrato – oltre a tutte quelle espressioni, parole e storpiature che gli suonavano come pugnalate al cuore: “cioènelsenso”, “equindi”, “assestante”, “trallaltro”, “mapperò”, e la peggiore di tutte in ogni sua declinazione: “figo/figa/figata” (anche nelle varianti con la C). Se ne accorse, dunque, e se ne crucciò non poco.

Stava per arrivare a casa, decise di deviare e far due passi in più quel giorno, doveva venire a capo di quella situazione.

“In effetti, se ripenso agli ultimi anni, mi sono calmato parecchio: chissà perché? Forse sono cambiato da quando ho conosciuto Alessandra e messo su famiglia – quando si hanno bambini, si sa, si diventa più pazienti; o forse, da quando al lavoro ho ottenuto quella promozione, mi sento gratificato; o i tanti passatempo (“hobby” mai!) che ho scoperto nel corso degli anni. Sì, diciamoci la verità, mi sono imborghesito.

“Imborghesito… che assurdità!No, no, macché imborghesito. Sono solo stanco. Ecco, forse è la stanchezza che mi ha reso più morbido, docile e mansueto come un agnellino.

“Eppure, mi domando: potrei mai abbandonare il ferrovecchio che sono all’angolo di una strada come un vecchio mobile tarlato? Potrei rinunciare a me stesso in cambio di una felicità in cui non credo, che non sento mia? A guardar loro, quegli altri, sembra semplice: basta cominciare con “Oggi sono felice perché” e il resto vien da sé – ecco, anche la rima ho fatto. Forse sono soltanto avido, questa è la verità. Avido di giustizia, avido di conoscenza, avido di un concetto di felicità cui non so dar forma e sostanza!”

Girolamo soppesò questi ultimi pensieri. Non era vero che non sapeva dar forma e sostanza al suo concetto di felicità, e inoltre – come l’aveva formulato male! Retorico, pomposo, sciatto nell’analisi, eccessivo.

Eccessivo. Ecco la parola giusta. Le ultime parole pronunciate dal suo pulpito interiore oltrepassavano il limite della decenza in termini morali, se non proprio filosofici. Sovrabbondanti iperboli balbettate da labbra che scimmiottano teorie vecchie, discorsi inconcludenti, astratti e stantii. Poteva sentirne l’odore, acre come si unissero tra loro la polvere dei libri e il limone del prodotto per legno che si dà alla libreria.

“Ma no, ma no! Al diavolo questa autocommiserazione! Al diavolo questi luoghi comuni sul vecchio rimbecillito disilluso dalla vita che si piange addosso! Lo so io, lo so, sono loro che non lo sanno. Non lo sanno che quella che chiamano felicità è solo un venire a patti con l’impotenza, con l’incapacità di andare oltre, di eccedere. Di rinunciare proprio a quell’ecceità, quel qualcosa che l’uomo ricerca dacché ha lasciato le caverne; quel “che” al quale ci siamo aggrappati per spiegarci il mondo. Tuoni e fulmini? Lo chiameremo Zeus, Thor, Taranis. Fertilità? Inanna. Iside, Baal. Io volevo solo essere l’ecceità di me stesso, non avere altra ecceità all’infuori di me, ed ecco che ho trovato corde, manette, muri. Come Icaro, non ho fatto i conti con la gravità.

“A dirla tutta – sii onesto con te stesso per una buona volta – in gioventù credevo ancora a qualcosa, anch’io avevo un dio: si chiamava Liber, ricordo bene quando lo incontrai in non so quale versione di latino. Mi colpì la molteplicità che quella divinità incarnava: fecondità, vino, vizio. Ma anche i voli che fece la mia mente: libero, libro, libidine – per poco non imparavo a memoria l’intera pagina del dizionario! Quelle cinque lettere mi sembravano contenere il mondo che desideravo, un universo spoglio, vacuo, in attesa che la mia vita lo riempisse.

“Libertà. Se ne parla come di roba da comprare al mercato, che qualcuno può dare o togliere a piacimento. Liberi di andare a ballare! Liberi di uscire la sera! Liberi di fare festa! – dicono. Vogliono la libertà e chiedono il permesso: come si fa ad essere così superficiali? Come quelli che sono felici. Ma felici di cosa? Di aver soddisfatto per un istante lo stomaco, dimentichi che presto andrà riempito nuovamente? Di aver espletato le funzioni biologiche, quasi fossero bestie e non uomini? Di aver ottenuto il riconoscimento da parte di qualcuno, incuranti che così facendo si sono posti sotto il suo giogo e giudizio? Va bene, così sia. Liberi e felici, come bestie portate al pascolo e lasciate lì a sfogarsi entro i limiti di tempo e di spazio consentiti. Così l’ecceità diviene eccedenza, e giunge la sera a liberarci dal dovere imposto per far spazio al dovere scelto. Anche l’abbandono, il ritiro, è una scelta. È ora, non c’è più tempo per le parole.”

Girolamo rientrò in casa, baciò la moglie e carezzò sulle guance i bambini occupati nei giochi che precedevano la cena e la favola della buonanotte. La serata trascorse serenamente, lei lavò i piatti e lui mise a letto i bambini. Di ritorno dalla cameretta, lasciata accesa un’abat-jour per scongiurare l’arrivo dei mostri notturni, tornò in salotto, accese la televisione e si accomodò in poltrona. Dopo pochi minuti, la moglie domandò: «Guardi la TV? Stasera non leggi?».

«No, stasera no.»

«Come mai?»

«Perché ho rinunciato a lottare. E sai qual è la cosa buffa?»

«Quale?»

«La cosa mi rende felice.»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...