La barba

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Ci sono uomini che considerano farsi la barba, radersi, una sorta di rito purificatore. Darsi una ripulita al viso, far prendere aria alla pelle, marcare una sorta di cesura tra un prima e un dopo: con la barba e senza barba, come Clint Eastwood e le sue espressioni.

Io, invece, la considero una gran scocciatura. Fortunatamente oggigiorno portare la barba lunga e un po’ incolta è più che accettato, anzi è diventato di moda; la portano anche i politici, per non parlare di chi va in televisione!

Un tempo si diceva che c’erano posti di lavoro preclusi a chi non avesse il viso perfettamente rasato: in banca, negli uffici di rappresentanza, anche in certe grandi aziende si rischiava di venir licenziati se si dimenticava anche solo un giorno di radersi. Veniva visto come un volersi mascherare il volto, dava un senso di sudiciume, quando non di mal curanza di sé, perciò bisognava scegliere: o il rasoio o le dimissioni.

I tempi sono cambiati, per fortuna. Ora un uomo con la barbetta è considerato sexy, un bel barbone lungo e coi baffi ben curati ispira subito simpatia, farsi disegnare ghirigori dal parrucchiere sfruttando i peli lasciati ad hoc un modo di esprimere la propria personalità.

Per me non è così, non è mai stato così. L’ho già detto, e detesto ripetermi ma in questa caso è doveroso: radermi è un’enorme scocciatura. Forse perché non amo guardarmi allo specchio, ho paura di cosa potrei vedervi riflesso; forse perché sono un tipo freddoloso e una copertina per il viso è quel che fa al caso mio, come un novello Linus; o forse perché appartengo a quella categoria di persone, gli Eastwood, che scandiscono il passare del tempo e i periodi della loro vita tra quando portano la barba e quando no.

Ricordo, come probabilmente molti altri, la prima volta che presi in mano il rasoio di mio padre. Di nascosto, senza farmi vedere perché era il suo personale e non sapevo se potessi utilizzarlo. Ero eccitato per quei quattro peletti che mi erano cresciuti sopra il labbro: stavo diventando adulto e come tale dovevo comportarmi. Perciò aprii il palmo della mano sinistra e con l’indice della destra vi spruzzai tanta di quella schiuma da barba da potermi avvolgere la testa. La spalmai su quei ridicoli baffetti e gettai il resto, sperando che mio padre non se ne accorgesse. Non c’è molto altro da raccontare. Quel rasoio era un’arma bianca nelle mani di un ragazzino: eliminai i miei quattro peli asportando quasi metà della pelle ove erano sorti.

Quella sera, tornato a casa dopo il lavoro, mio padre mi domandò come mi fossi provocato quel gigantesco taglio sotto il naso: confessai miseramente, sperando di ottenere clemenza, ma lui mi sorprese esplodendo in una fragorosa risata che anni dopo mi sarei domandato se non suonasse d’umiliazione. Quindi mi poggiò la mano sulla spalla e mi rassicurò, invitandomi ad attenderlo la prossima volta: mi avrebbe insegnato lui come si faceva a radersi. In quel momento capii che nonostante stessi diventando adulto, sarei rimasto per sempre suo figlio.

La volta successiva mi aiutò, si mise accanto a me e guidò la mia mano: rasatura perfettamente riuscita, senza una goccia di sangue né improbabili coriandoli di carta igienica.

Ero l’ultimo in famiglia a fare quel grande passo. Sono sempre stato l’ultimo a salire i piccoli gradini di cui è composta la scala della vita. Giocoforza la barba, essendo l’ultimo tra noi quattro figli; ma non era solo questo. Era l’ultimo anche a scuola, la media peggiore dell’intera classe; l’ultimo a baciare una ragazza tra i miei amici della comitiva; l’ultimo nello sport – anche se poi mi sarei rifatto una volta scoperta nell’atletica leggera la mia vera vocazione (mettetemi un pallone tra i piedi e sono certo che finirei ruzzoloni senza nemmeno sfiorarlo).

Non mi è mai pesato occupare l’ultimo posto della classifica. Anzi, da ognuna di quelle sconfitte, se così si possono definire, ho imparato qualcosa che poi mi sarebbe tornato utile. Vedevo chi arrivava secondo piangere disperato per non aver riportato la vittoria: e io che avrei dovuto fare, allora?

Purtroppo, tuttavia, crescendo ho imparato che essere l’ultimo può essere più duro di quanto non avessi sperimentato da ragazzo. Sport, scuola, amori giovanili. Tutta immondizia. No, per carità, forse ho esagerato. Scusate, è tutta colpa della barba.

Nell’ultimo anno mi sono rasato sei volte in tutto. Non ho avuto la testa, il pensiero di pulirmi il viso. Perché è presto detto: ora so che sarò l’ultimo anche ad andarsene.

Ho salutato mio fratello Pietro, il più vicino a me anagraficamente, giusto dodici mesi fa. Negli anni precedenti lo hanno anticipato i miei genitori e gli altri due fratelli, non esattamente in quest’ordine. Pietro e io ci siamo fatti forza a vicenda nei sette anni in cui siamo rimasti soli.

Non eravamo del tutto soli, non creiamo equivoci. Entrambi avevamo delle bellissime famiglia: lui moglie e tre figlie, io un compagno da più di vent’anni col quale ci amiamo come fosse ancora il primo giorno, anche se ormai siamo troppo vecchi per metter su famiglia – quando eravamo giovani non c’erano ancora certe leggi e certi diritti, che una volta acquisiti sarà bene stare all’erta e difenderli con le unghie e con i denti.

Portavo la barba lunga quando dichiarai alla mia famiglia la mia omosessualità. La portava indosso come uno scudo, una protezione dal mondo esterno. Io lo sapevo chi ero, ma avevo paura degli altri, del loro giudizio, delle loro critiche. Poi un mattino, appena sveglio, andai in bagno e mi guardai allo specchio, rendendomi conto di quanto fossi ridicolo. Non per il barbone sotto il mento, quel mascherone di finta virilità che ormai mi era diventato familiare, come se lo portassi da sempre. Tutti quei dubbi, tutte quelle paure, così come erano sorti fugarono via grazie a un’occhiata distratta. Da chi mi stavo nascondendo, se non da me stesso?

Trascorsi la giornata come ogni altra, studiando e passeggiando per la città nei momenti di pausa, come ero solito. Poco prima dell’ora di cena rientrai in casa e trovai mia madre intenta a far quadrare i conti della spesa e delle bollette con lo stipendio da operaio di mio padre e con il poco che lei riusciva a tirare su coi suoi lavoretti di sartoria a domicilio, mentre lui curava quanto stava sui fornelli.

Non era una scena insolita, vi avevo assistito milioni di volte: papà aveva un gran talento culinario, accompagnato da altrettanta passione per la materia; mia madre aveva occhio per i numeri e grandi doti di economa. Qualche idiota potrebbe scorgervi il germe della mia natura: spero che animali del genere non leggano mai questi miei appunti.

Attesi che fossimo tutti a tavola, compresi i miei fratelli e la moglie del mio fratello maggiore, che spesso venivano a mangiare da noi dato che abitavano al piano di sotto. Tirai giù appena due fili di pasta al pesto e piluccai lo spezzatino sul quale mio padre aveva perso l’intero pomeriggio. Poi, giunti al dessert (gelato in vaschetta del supermercato), un attimo prima che mio fratello Giovanni, il più vorace, intingesse il cucchiaino nella coppa lo pregai di arrestarsi, che dovevo dir loro una cosa.

«Mamma, papà, voglio che sappiate che sono gay. Amo gli uomini.»

Una coltre di silenzio scese sulla tavolata. Nessuno ebbe il coraggio di spiccicare parola di fronte al mio annuncio, l’unico movimento che potei notare furono gli occhi di ognuno dei presenti che si fissarono sul mio volto (e fu una gran pena fare il giro di quelli sguardi) ad eccezione di mia madre, che si volse verso mio padre. Questi poggiò il cucchiaino sul tavolo, si asciugò col fazzoletto le labbra umide di vino e riuscì ancora una volta a sorprendermi. Debbo confessare che riuscì al tempo stesso anche a deludermi.

Avevo trascorso il pomeriggio a studiare ben bene ogni passaggio della mia “difesa”, a pesare ogni singola parola, a immaginare ogni sua possibile reazione e come reagirvi, per cui rimasi spiazzato quando egli si schierò la gola e sentenzio: «Che bella notizia!».

Il silenzio si fece ancor più pesante. Nessuno di noi riusciva a capire se stesse uccellandomi o se fosse sincero, magari il suo istinto gli aveva suggerito di partire piano per poi dar di matto: la proverbiale quiete prima della tempesta.

Arrischiai qualche parola, ma non ne venne fuori che uno squallido balbettio. Mi sentiva come un animale in gabbia e insieme sotto tiro, un cane da abbattere rinchiuso in una gabbietta troppo stretta perché il boia possa mancare il colpo. Lui mi interruppe: «Ragazzo, non ti agitare, dicevo sul serio. Che bella notizia: hai scoperto una cosa nuova su di te e hai voluto condividerla con noi, che siamo la tua famiglia, non vedo cosa possa esserci di più bello al mondo. Tua madre ed io ti abbiamo sempre amato, così come ognuno di voi – seguitò rivolgendosi ai miei fratelli –, e vi abbiamo cresciuti (spero) amandovi al meglio delle nostre possibilità. Perciò sono orgoglioso che tu abbia trovato il coraggio per dire a te stesso chi sei, e felice per aver voluto condividere con noi questa scoperta. Ora però devi farmi un favore».

«Sì, papà. Che c’è?», risposi smarrito, non avevo ancora realizzato se il pericolo di una reazione furente fosse scampato o meno.

«Domattina ti farai la barba, e se vorrai dirci altro ti prego di farlo a viso scoperto, che non c’è nulla di cui vergognarsi quando si è onesti.»

La più grande lezione che mi sia mai stata impartita. Mio padre era così, un po’ buzzurro e un po’ filosofo. Poca istruzione, pochissima cultura, un cuore enorme e un amore sconfinato per la sua famiglia. E quando mia madre venne a baciarmi il mattino dopo, una volta rasato il barbone e scoperto il mio vero volto, provai per la prima volta dopo tanto tempo la sensazione di sentirmi amato. Non fu bella, o piacevole: fu straordinaria.

Da allora presi a radermi con regolarità, e sperimentai un’altra grave scocciatura di questa peluria che ho cercato di scacciar via per tanto tempo della mia vita: la barba più la tagli, e più quella ricresce. Un’ottima metafora dei problemi della vita: quando pensi che lo scoglio più grande sia stato oltrepassato, ecco che ne trovi un altro, ancor più grande se possibile, la cui punta si scorge appena a pelo d’acqua celandone la profondità.

Mi presentai a un colloquio per un posto di buttafuori. Con la mia laurea in Scienze Motorie mai conseguita (mi fermai dopo il terzo esame, capii che non mi piaceva e volli evitare lo spreco di denaro per le tasse universitarie degli anni successivi, non c’era molto da scialare in casa mia) e con il fisico impotente che i miei genitori mi avevano trasmesso, pensai che fosse un lavoro adatto a me. Il colloquio andò bene, la paga era buona, il titolare dell’azienda ben disposto nei miei confronti, tuttavia…

Ecco, c’è sempre un “tuttavia”: vi sembrerà assurdo, ma il problema era che non avevo la barba!

«Vedi», disse il tale, «il fatto è che con quella faccia pulita che hai, chi mai si spaventerebbe di te? A noi non servono persone realmente in grado di frenare risse o altre situazioni spiacevoli: a noi serve gente che fa paura e tu, col viso che hai, giovanotto, non spaventeresti nemmeno una mosca.»

Lascia il colloquio con una gran rabbia in corpo, che non riuscii a sfogare se non con una serata al bar. Mi ubriacai all’inverosimile, e non saprei dirvi altro, dato che ricordo che ordinai una prima birra e che poi venni gettato fuori dopo ore dal gestore del locale perché doveva chiudere bottega. Tornai a casa con la coda tra le gambe e un giramento di testa pari solo allo sconvolgimento di stomaco di cui ero vittima. Una volta girata la chiave e aperta la porta, i miei occhi precipitarono sul volto di mio padre rigato dalle lacrime: in mia assenza mia madre era stata colta da un malore e in pochi minuti era rimasta esanime sul divano. I dettagli di quanto seguì non riesco a trasporli su queste poche pagine, spero vogliate perdonarmi.

Girovagando à vol d’oiseau nei miei ricordi, mi trovo adesso sempre di fronte alla stessa situazione: solo, davanti allo specchio con la luce sparata in faccia, la schiuma da barba sul viso e il rasoio tra le mani, intento a radermi perché domattina c’è il funerale del fratello del mio compagno, Andrea, che sta di là chiuso in camera, al buio, sperando che il dolore che lo sta macerando non lo trovi e possa godere di qualche minuto di tregua.

Io lo so che non è così, che non sarà mai così: non sono ancora riuscito a dare la prima rasoiata, perché quando mi sono chinato sul lavandino il mio sguardo s’è fissato sulle borse sotto gli occhi.

Ognuna di esse, come gli anelli che marcano l’età degli alberi, è il segno di un dolore immenso che si è impresso sul mio corpo e che non se ne andrà mai. Mia madre, poi i miei fratelli, quindi mio padre e poi Pietro: ciascuna di queste coltellate al cuore ha lasciato segni indelebili sul mio viso.

Forse ho capito a cosa serve la barba: a mascherare il dolore che portiamo impresso sul volto, a celare dal pubblico chiacchiericcio quelle emozioni di cui siamo gelosi, che vogliamo custodire solo per noi e che gelosamente tiriamo fuori solo quando ne sentiamo il bisogno. Mi sa che per stavolta la barba me la lascio, domani vedremo.

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